Il silenzio di quando qualcuno c’era
Ci sono momenti in cui stare da soli viene naturale. La casa segue il nostro ritmo, possiamo cambiare programma senza avvertire nessuno, lasciare una giornata senza spiegazioni. In altri momenti, nella stessa casa, con la stessa libertà, qualcosa pesa. Succede magari mentre prepariamo la cena, mentre prendiamo il maledetto telefono, sapendo già a chi vorremmo raccontarla. Poi ci fermiamo. Restiamo.
Forse la solitudine diventa più difficile proprio lì: nel gesto che ci viene ancora spontaneo, anche se non ha più un destinatario.
Dopo aver saputo cosa significa essere scelti da qualcuno, il silenzio acquista una consistenza diversa. Ci ricordiamo com’era sentirci cercati senza dover inventare una ragione per esserlo. C’era una persona a cui interessava sapere se eravamo arrivati, come fosse andato un appuntamento di lavoro, il perché quel giorno avessimo una voce strana, diversa dal solito. Qualcuno che, facendo programmi, teneva conto anche di noi. Quando c’era un effettivo noi.
A volte ci manca soprattutto quella naturalezza. Il fatto di avere un posto nella giornata di un’altra persona senza doverlo domandare ogni volta.
È una mancanza difficile da spiegare, perché può convivere con una vita piena. Si può lavorare freneticamente, vedere gli amici al bar, viaggiare per mete lontane, ridere di pancia, e avvertire comunque quel vuoto al rientro a casa. Ci sono cose che desideriamo raccontare quando sono ancora coperte di entusiasmo, prima che diventino un resoconto. Una piccola soddisfazione, un dubbio sciocco, qualcosa che abbiamo visto dalla finestra. Nella confidenza quotidiana anche questi dettagli trovavano spazio. Adesso, qualche volta, rimangono con noi.
E insieme alla persona ci manca come ci sentivamo in sua presenza. La tranquillità con cui potevamo cercarla, la certezza di essere attesi, la possibilità di abbassare la guardia. Ricordiamo una versione di noi che non doveva interrogarsi continuamente sul proprio posto.
La memoria, però, sa essere molto selettiva. Soprattutto nelle sere difficili, torna ai momenti in cui ci siamo sentiti amati e lascia sullo sfondo le attese, le incomprensioni, tutto ciò che ci aveva fatto stare male. Così può accadere di sentire la mancanza di una relazione che, nella sua interezza, non vorremmo più vivere. Possiamo sapere che una storia è finita per ragioni precise e desiderare ancora, per qualche minuto, una delle sue giornate migliori.
Ammetterlo richiede una sincerità che spesso ci neghiamo. Ci sembra di fare un passo indietro, di smentire la forza con cui siamo andati avanti. E allora ci imponiamo di stare bene da soli come se fosse un esame da superare. Ma essere autonomi e desiderare una presenza sono esperienze che possono stare insieme. Possiamo prenderci cura della nostra vita e sentire il bisogno di condividerla.
Imparare a convivere con quel silenzio richiede tempo. Ci saranno giorni in cui riusciremo ad abitarlo con serenità e altri in cui sentiremo tutto lo spazio lasciato da chi c’era. Non ogni ricordo chiede di tornare indietro. A volte chiede soltanto di riconoscere che qualcosa ci ha fatto bene, che perderlo ci ha ferito, che avremmo voluto durasse.
Poi, poco alla volta, arriverà una sera in cui torneremo a casa senza aspettare un messaggio. Metteremo qualcosa sul fuoco, sceglieremo un film, ci accorgeremo di essere abbastanza tranquilli. Il ricordo sarà ancora lì, ma quella sera riusciremo a fare spazio anche a tutto il resto.
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