Ho questa foto come sfondo del cellulare.

Quindi capita spesso, quando incontro persone, quando appoggio il telefono sul tavolo o mostro qualcosa sullo schermo, che qualcuno mi chieda se quella nella foto sia mia figlia.
Succede spesso.
Mi strappa sempre un sorriso, ma anche una consapevolezza.
Quella nella foto, con la treccia bionda, era mia mamma, intenta a sorreggere quella piccola brunetta imbronciata che chissà da quale dilemma era già afflitta. O forse ero solo stanca, dopo quelle lunghe giornate a Giannutri, tra il sole e la spiaggia, tra la nonna Sabina e mamma Cinzia.
Un abbraccio in cui trovare conforto, in cui trovare riparo, in cui abbandonarsi sapendo che qualcuno ti avrebbe sempre protetto.
Almeno fino a quando avrebbe potuto.
Mi strappa un sorriso perché oggi, essendo bionda come mamma Cinzia, vengo erroneamente scambiata per lei. Almeno in questa foto. E forse è proprio qui che l’immagine diventa, senza saperlo, una piccola rappresentazione della vita: quella in cui, a un certo punto, diventiamo noi i genitori di mamma e papà.
Il nostro essere figli, noncuranti e protetti dal mondo esterno, si trasforma senza accorgercene, tutto d’un fiato, nell’essere noi coloro che proteggono. Quelli che diventano il conforto di una spalla su cui appoggiarsi. Quelli che, a volte, imparano anche a restare immobili mentre qualcuno si lascia andare.
Sono stata figlia.
Ma sono stata anche mamma, senza aver mai nutrito il desiderio di avere dei figli miei.
E forse, alla fine, il regalo più grande che mamma Cinzia mi ha concesso è stato proprio questo: farmi provare cosa significa davvero prendersi cura di qualcuno. Proteggerlo. Diventare una spalla. Un riparo. Il luogo in cui chiudere dolcemente gli occhi.
Buona Festa della Mamma, mamma.
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