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  • Rispettare le Donne: Oltre l’8 Marzo

    Ieri era l’8 marzo, la Giornata Internazionale della Donna. Un giorno in cui ci viene ricordato quanto sia bello celebrare il contributo femminile alla società, alla famiglia, al lavoro. Un giorno in cui tutti, ma proprio tutti, si sentono un po’ più gentili. E via con le frasi ad effetto, gli omaggi floreali e le celebrazioni a metà tra il sociale e il marketing. Eppure, questa giornata, che sembra essere un po’ l’unico giorno dell’anno in cui il mondo si ricorda delle donne, mi fa venire in mente una domanda al profumo di mimosa: perché festeggiare solo un giorno? Perché non far in modo che ogni maledetto giorno sia un 8 marzo, ma senza il bisogno di una “data speciale” sul calendario e un hashtag rispolverato per ricordarcelo?

    L’8 marzo non voglio fiori. Voglio rispetto tutti i giorni, voglio che le donne, come gli uomini, possano esprimersi senza paura, senza che qualcuno le scruti dall’ alto verso il basso. O meglio da dietro verso davanti. Voglio che una donna possa fare il suo lavoro senza essere “l’eccezione” alla regola, senza che il suo talento venga misurato con una lente di ingrandimento, come se ogni sua azione fosse una prova da superare. La vera festa, la vera celebrazione delle donne, non dovrebbe essere un post it annuale, come un regalo che si fa per adempiere a un obbligo. La vera festa è quella che si costruisce giorno dopo giorno, quella in cui non solo le donne si alzano al mattino per affrontare la giornata con coraggio, determinazione e dolcezza, ma anche gli uomini – e chiunque abbia a cuore il cambiamento – si alzano con la consapevolezza che la parità non è un traguardo da raggiungere, ma una condizione da vivere ogni giorno.

    la parità non è un traguardo da raggiungere, ma una condizione da vivere ogni giorno.

    Non serve solo il rispetto, serve anche la possibilità di essere imperfette. Perché, sì, anche le donne devono avere il diritto di sbagliare, di essere vulnerabili, di non sempre avere la risposta giusta a ogni situazione. E non dobbiamo ridurle al ruolo di eroine in una saga epica, ma celebrarle come persone comuni, che vivono le stesse difficoltà di tutti, ma che meritano di essere riconosciute in quanto tali, senza che ogni azione diventi una “prova” di forza.

    Che palle essere forti.

    Che palle essere giustificate con ” ma sì tanto tu sei forte, supererai tutto”.

    Sarebbe un’illusione pensare che l’8 Marzo sia solamente un promemoria per tutti noi, un giorno isolato nel calendario dedicato a riflettere su come dovremmo trattare le donne. Ogni giorno dell’anno dovrebbe rappresentare un’opportunità per riconoscere e apprezzare il loro contributo alla società, a partire dalle piccole battaglie quotidiane che affrontano fino alle sfide più grandi della vita, non solo nei momenti in cui ci fa comodo o quando vi è una “ricorrenza” da celebrare. Dobbiamo rendere omaggio alle montagne che le donne scalano incessantemente, con resilienza e determinazione, ora e sempre, da generazione in generazione. È necessario comprendere che festeggiare una donna non si limita a porgere un fiore profumato o a scrivere un post emozionale sui social media. Festeggiare una dona dovrebbe tradursi in un impegno autentico, in azioni concrete e continuative che riconoscano l’importanza e il valore delle donne nella nostra vita quotidiana e nella nostra società, creando un cambiamento significativo e duraturo nel futuro.

    Festeggiare una donna è guardarla negli occhi ogni giorno, riconoscere il suo valore e darle spazio, libertà e opportunità. 

    Ma dove sono le nostre pari opportunità? Dove è la nostra libertà? Anche se mi sento più libera delle sorelle Brönte o di Colette, i passi da fare su questo ripido sentiero sono ancora tanti e forse le mie scarpe sono oramai usurate, i piedi mi fanno male e sento la stanchezza arrivare come una brezza tiepida. La lotta per l’uguaglianza è un cammino spesso impervio, dove ogni battaglia vinta svela nuove sfide da affrontare. Nonostante i progressi compiuti, è fondamentale riflettere su quanto lavoro rimanga da fare per garantire a tutte le donne gli stessi diritti e le stesse opportunità. Ciò che ci accomuna è la determinazione nel continuare a percorrere questo sentiero, anche quando le difficoltà sembrano sopraffarci. La nostra voce è potente e, insieme, possiamo alimentare un cambiamento duraturo. Solo unendoci e sostenendoci a vicenda potremo finalmente raggiungere un traguardo che non solo celebra le conquiste del passato, ma prepara anche un futuro luminoso per le generazioni e le donne a venire.

    Ciao donne, auguri.

  • Ho incontrato un narcisista

    L’eco del dolore invisibile

    Quando senti che ti sta mentendo, fidati: hai ragione, amica. Ho passato notti insonni a raccontarmi favole dal finale scritto in Times New Roman, ma rimanere sveglie a farsi delle domande è il primo sintomo che qualcosa non va. Nessuno ti crederà, ti diranno che sei pazza, ma solo le altre donne della tua congrega sapranno che, in fondo, pazza tu non lo sei. E allora perché non seguiamo le nostre sensazioni, quelle viscerali? Perché ci ostiniamo invece a sforzare un tassello che sappiamo non essere nel posto giusto, inventandoci “meccanici della vita”, quando l’unica verità è che davanti a noi abbiamo un individuo emotivamente non disponibile e anche un pochino narciso?

    Non avevo mai incontrato un narcisista nella mia vita. Tante categorie di uomini potrei sottoscrivere, ma narcisi mai. Poi, alla soglia dei quarant’anni, il 2024 mi regala su un piatto d’argento-non richiesto-due delle esperienze più devastanti della mia vita. E tu pensi: non ne bastava una? Parrebbe di no, perché cadiamo sempre negli stessi errori, negli stessi trigger points, come in un girone di Dante. Fino a che, forse, a forza di bastonate dalla vita, potremmo accorgerci in tempo di chi far entrare nel nostro cuore.

    Da una parte c’è il bravo ragazzo, di buona famiglia, sbarbato, camicia pulita, profumato, con quell’aria (finta) da bad boy. Mi faceva sorridere però che lui credesse di essere quel John Travolta di “ You’re The One That I Want”. Tanto brava a riconoscere questa maschera, meno brava ad accorgermi che mi stava, piano piano, distruggendo con un atteggiamento di velata violenza e manipolazione.

    Inizia tutto con: “Voglio vederti tutti i giorni, non mi basti mai. Ti porto lì, ti porto là. Ti faccio sentire una principessa, la mia principessa”

    Poi, non capisci come mai, tutto d’un tratto litigat esenza un vero motivo. Perché lui ti sta troppo addosso. Perché critica ogni cosa che dici, ogni cosa che fai. Nemmeno ricordi come sei finita in quella conversazione. Rallenti. Ma lui insiste, facendoti credere che la colpa è tua, che sei tu quella aggressiva, quella confusa. E dentro si insinua così il pensiero che tu a questa persona ci tieni, sennò non discuteresti, non affronteresti a muso duro ogni situazione. Lui ti piace davvero. Vuoi andarci con calma. Ma, dopo essere tornato e tu, ormai, convinta della sua trasparenza di sentimenti, le cose cambiano. Piccoli dettagli. Ti risponde con il contagocce. Cominciano a palesarsi amici mai sentiti, cugini, parenti, e devi quasi elemosinare quel tempo che prima era costante. Ma avrò fatto qualcosa di male? Cosa ho sbagliato? Non gli piaccio più? Sono stata troppo? O troppo poco?

    E arrivano le notti piene di domande. Quelle che ti consumano. Poi vi vedete, parlate, sviscerate. Avete paura entrambi. Pensi che questo vi legherà. Respirate. Tutto torna come prima. Che bello. I viaggi da programmare, gli amici da vedere nel weekend. Ma a fine giornata, non so, lui ti accenna che bisogna andarci piano, perché non è più sicuro. Di nuovo? Siamo punto a capo. Sono stanca. Ma voglio lottare per lui. Ne vale la pena.

    A mia madre uno come lui sarebbe piaciuto. Il pensiero riecheggia nella testa.

    Arriva il giorno. Il grande giorno. La famiglia. D’altronde, ho da poco perso la mia, quindi quale gesto d’amore, se non chiedermi di passare le feste insieme, con tanta accoglienza? Mi sento parte di qualcosa. Mi lascio andare. Lo faccio entrare. Sono felice. Giorni dopo mi sveglio strana. Di nuovo le viscere. Eh no Ele! Questa volta seguo il mio istinto: quello da investigatore, con il perfetto trench da Sherlock Holmes.

    Doveva venire a prendermi in poche ore con quella sua macchina fiammante. Per la prima volta avremmo fatto vedere a tutti che ci tenevamo per mano. Per me, quel gesto significava tutto: rendere la relazione reale, visibile. Apro Instagram e con una lente d’ ingrandimento scopro, con poche difficoltà, che aveva una relazione parallela con un’altra ragazza sicura di poter postare online le foto del pomeriggio passato insieme poco prima che venisse il mio turno.

    Nemmeno la soddisfazione che fosse una relazione di pochi giorni. Stesso periodo, stesse manipolazioni, stessi giorni e soprattutto stesse promesse. Lui non solo mi ha riso in faccia quel giorno, come un bambino colto in flagrante con le mani nella marmellata, ma ha cercato anche di dire ai miei amici che io ero quella pazza, che non sapevano tutta la storia, che i fatti non erano come li avevo esposti io.

    Cornuta e mazziata.

    Miei cari ometti che forse leggerete questa storia-lasciata volontariamente aperta in cucina per voi: sappiate che noi donne, a differenza vostra, condividiamo tutto. Ogni messaggio, ogni screenshot delle vostre conversazioni finisce sotto gli occhi dei nostri amici. E dare della pazza a una vostra “ex” nel 2024 è un cliché superato. Non ci crede più nessuno.

    Questa è una lezione per voi.

    E la mia di lezione? Non ho imparato niente, perché sei mesi dopo, ci sono ricaduta con un’altro bravo ragazzo, orgoglio Gallese, dagli occhi di ghiaccio riconosciuto per aver interpretato sullo schermo uno dei più credibili “villains” e forse avrei dovuto capire che alcuni di loro si portano il lavoro a casa.

    Ma questa è un’altra storia.

    È un’altra violenza.

  • Riflessioni di un Caregiver: la mia storia insieme ad AIRC

    Neppure sapevo che esistesse questa parola se non prima di diventarlo. Dalla stessa si evince che io sia stata una di quelle persone pronte a prendersi cura degli altri. Chissà se poi io sia stata in grado veramente di esserlo: un supporto per la mia mamma. E’ nel giorno del compleanno di Cinzia che ho deciso di ritornare a testimoniare la mia perdita e tutto ciò che ne è conseguito con un bellissimo progetto di lancio insieme ad AIRC.

    “AIRC” sta per “Associazione Italiana Ricerca sul Cancro”. È un’organizzazione no-profit che si dedica alla raccolta di fondi per la ricerca scientifica sul cancro. Fondata nel 1965, AIRC sostiene progetti di ricerca, assegna borse di studio e promuove la diffusione di informazioni scientifiche per migliorare la prevenzione, la diagnosi e la cura di questa malattia.

    E’ sempre molto complesso mettersi difronte alle proprie emozioni, figuriamoci condividerle online ma dopo una decade di post su instagram ho trovato molto conforto nelle parole di esseri umani sconosciuti. E anche io voglio essere, o almeno provare ad essere, quella sconosciuta che poi tanto sconosciuta non lo è più e scambiare con voi le mie emozioni. Emozioni che ho capito leggendovi quotidianamente essere anche le vostre.

    Vi lascio qui la mia testimonianza e intervista fatta insieme ad AIRC in modo che possiate riflettere anche voi come ho fatto io e perdonarvi come sto cercando di fare anche io laddove pensiate di non aver fatto abbastanza, di non aver detto abbastanza o di non essere stati abbastanza.

    Datevi il tempo.

    Diamoci il tempo.

    Fai Prevenzione: Un Gesto d’Amore per Te e per gli Altri

    La salute è il nostro bene più prezioso, e prendersene cura è un atto d’amore verso noi stessi e le persone che ci circondano. Ogni giorno abbiamo l’opportunità di fare la differenza, non solo nella nostra vita, ma anche in quella di chi potrebbe beneficiare della ricerca contro il cancro.

    Riflettiamo insieme sull’importanza della prevenzione. Prenditi il tempo per controlli regolari, adotta uno stile di vita sano e ascolta il tuo corpo. Ricorda, prevenire è sempre meglio che curare.

    Inoltre, possiamo unire le forze per supportare Fondazione AIRC – per la Ricerca sul Cancro. Ogni donazione, grande o piccola che sia, contribuisce a finanziare progetti di ricerca innovativi, borse di studio e campagne di sensibilizzazione che possono salvare vite.

    Fai la tua parte! Dona oggi e diventa parte di un cambiamento significativo. Insieme, possiamo costruire un futuro in cui il cancro sia una sfida affrontabile, dove la ricerca scientifica e la solidarietà possano fare miracoli.

    Visita il sito di AIRC per scoprire come puoi fare una donazione e contribuire a un futuro migliore per tutti. È un gesto che può cambiare il corso della ricerca e la vita di molti.

    Insieme, possiamo fare la differenza!

  • Ti chiedi mai se sei nel posto giusto?

    Ti chiedi mai se sei nel posto giusto? Ti senti mai fuori posto?

    Un po’ come quando cerchi di avvitare un mobile sforzandoti con gli attrezzi a disposizione, per poi arrenderti successivamente alla consapevolezza che quella non è e non sarà mai la vite giusta. Gli incastri sono così affascinanti che fin dall’asilo ti insegnano a giocare mettendo le formine geometriche nelle loro appropriate fessure geometriche.

    Forse fin da piccoli volevano insegnarci che un giocattolo a forma di triangolo non può adattarsi ad un giocattolo a forma di quadrato, che tutto deve andare al posto giusto, che nessuna forma deve rimanere fuori dal gioco e che, con pazienza, dal caos tutto può condurci ad una pacata e monotona normalità in cui tutte le formine geometriche vivono felici e contente, inserite al posto giusto. Però nessuno ti dice che crescendo, crescerà in te anche una sensazione pari a quella della formina quadrata che vuole adattarsi nella fessura di quella a triangolo e viceversa, concludendo l’ esperienza con una delusione amara.

    Ma addentriamoci nel profondo: è come se mi sentissi fuori posto da quando sono entrata, o meglio, da quando mi hanno parcheggiata all’ asilo Koala, una villa borghese nella ridente zona Crocetta. Fuori posto perché ero già figlia di divorziati; fuori posto perché sulla mia faccia stava crescendo un neo, poco sopra al labbro, molto grande, che pochi apprezzavano; fuori posto perché a piedi scalzi si intravedevano quelle mie dita dei piedi diverse dagli altri, attaccate, come quelle di un palmipede.

    Ma sentirsi fuori posto non fu e non è una sensazione dovuta solo all’aspetto esteriore, in un mondo, quello di ieri, meno permissivo, con standard elevati, dove vigeva una perfezione senza imperfezioni di nessun tipo. Ti sentivi fuori posto perché dentro di te si apriva piano piano una voragine come un buco nero, una sensazione oscura che ti faceva scrivere ore ed ore sul tuo diario chiuso nella tua stanza, che ti faceva ascoltare le canzoni di Marilyn Manson, odiare i tuoi genitori e fumare le prime sigarette a 13 anni.

    Non mi sono mai sentita come gli altri e anche quando avrei voluto fare amicizia e omologarmi sono stati loro stessi, gli altri, a farmi sentire diversa. A distanza di vent’anni e nonostante i successi di una ragazza che faceva la commessa in un negozio in centro a Torino oggi mi sento di non essere al posto giusto.

    Oggi mi sento come quella formina geometrica.

    Sentirsi fuori posto nella vita può essere un’esperienza complessa e frustrante. Puoi provare una sensazione di disagio e di non appartenenza, come se non riuscissi a trovare il tuo posto nel mondo che ti circonda. Questo sentimento può derivare da una serie di fattori, come le aspettative sociali, le pressioni esterne o semplicemente una mancanza di connessione con le persone e le situazioni che ti circondano. Ti senti disorientato, come se non fossi all’altezza delle aspettative degli altri o dei tuoi stessi obiettivi. A volte può sembrare di vivere una vita che non rappresenta la tua vera essenza, come se indossassi una maschera e ti adattassi solo per soddisfare le aspettative degli altri.

    Tuttavia, è importante ricordare che questa sensazione può essere temporanea e che molti individui attraversano fasi simili nella loro esistenza. L’importante è lavorare su di noi stessi e cercare di scoprire chi veramente siamo e cosa desideriamo dalla vita.

    Può essere utile riflettere sulle passioni, interessi e talenti unici. 
    Cosa ti fa sentire veramente vivo? 
    Cosa ti fa sorridere senza sforzo? Scoprire le risposte a queste domande può aiutarti a trovare un senso di direzione e ad avvicinarti a un luogo in cui ti senti autentico e realizzato.

    Proviamo ad esplorare nuove opportunità e connettiamoci con persone che condividono i nostri stessi interessi. Cerchiamo una comunità e gruppi che apprezzano le nostre peculiarità e che possano supportarci nella crescita personale. Lavorare su te stesso richiederà tempo e impegno, ma la ricerca di un senso di appartenenza e realizzazione merita sicuramente sforzi.

    E ricorda…tu sei un individuo unico e speciale. Anche se ti senti fuori posto ora, la vita è un percorso in continua evoluzione e ci sono infinite opportunità per scoprire il tuo posto nel mondo. Non arrenderti e sii gentile con te stesso durante questo processo. La tua autenticità e la tua determinazione ti porteranno verso un senso di realizzazione e felicità che ti farà sentire al posto giusto.

  • Ciao Mamma

    “Fatti Forza” il messaggio più gettonato. 
    Dovrei farci una maglietta. 
    Fatti Forza il nuovo messaggio del Buongiorno.
    Forza di cosa. 
    Non lo so.

    “Come stai?” Ho paura a rispondere. Evito la domanda, dico una bugia.  Quando perdi un genitore le persone pensano di sapere cosa che cosa tu stia provando. Le uniche che possono davvero capire, trovando parole e gesti per tranquillizzare i tuoi pensieri, sono solo quelle che hanno perso, come te, un genitore. Qualcuno mi ha detto che perdere i genitori è fisiologico, quasi come se quel dolore dovesse avere un tempo da far scadere in fretta e i miei pensieri dovessero essere presto indirizzati altrove. 

    Perdere una madre, un padre, è come scendere in un pozzo di cui non vedi mai la fine. Quando perdi un genitore nella tua esistenza succedono tante cose che ti catapultano come un razzo nel mondo dei grandi, anzi degli iper grandi. Quando perdi un genitore tutta la tua vita e tutte le tue relazioni vengono istantaneamente e non volontariamente messe in discussione: ti rendi conto di quanto la vita sia breve e che i meme da ripostare su Instagram non bastano a ricordarcelo; ti rendi conto di quanto tempo hai perso dando per scontato e dandoti per scontata; ti rendi conto di quante cose avresti voluto fare diversamente. Avrei voluto più tempo, fare più domande, rispondere sempre al telefono, non sbuffare alzando gli occhi al cielo e passare ogni singolo momento insieme. Invece durante l’adolescenza l’ unica cosa che vuoi fare è scappare, è andare via, abbondare il nido, sentirti libero, nessuno intorno che ti debba dire cosa fare. 

    Te ne vai di casa, magari lontano, torni solo per le festività, sempre sbuffando. Poi un giorno, quando meno te lo aspetti, la vita ti porta il conto al tavolo apparecchiato solo per una persona. 

    Quando perdi un genitore puoi avere intorno amici o sconosciuti del web che ti pensano, si collegano, che ti donano qualche minuto della loro giornata o lunghissimi messaggi regalandoti abbracci virtuali gratis, ma dopo pochi giorni -eh sì, si parla di giorni- per loro tutto torna alla normale quotidianeità, quella dove tu, mio caro non esisti, e dove rimarrai niente più che quella persona che ha perso un genitore e che deve farsi forza. 

    “Fatti Forza” è il messaggio più gettonato. 

    Dovrei farci una maglietta. 

    “Fatti Forza” il nuovo messaggio del buongiorno.

    Forza di che cosa? 

    Non lo so. 

    Difficile trovarla quando vedi una madre soffrire una vita intera e, dopo 30 anni, riprendersi per poi essere costretta di nuovo ad affrontare l’iter di un altro male, questa volta incurabile, che, in un soffio di vento, le porterà via l’anima, quell’ anima che rendeva mia madre anche “La Cinzia”.

    Mia madre non è stata più mia madre molto prima di perderla definitivamente e forse questa è quella consapevolezza che più mi ha devastata. Non siamo riuscite a dirci più niente se non “Aiutami ad alzarmi”, “accompagnami in bagno” , “ti preparo un tè caldo” o uno “sforzati a mangiare qualcosa, che poi ti sentirai meglio”. 

    Sei così preoccupata che l’ assilli continuamente quando è evidente che la malattia vuole essere lasciata in pace, nel suo silenzio. Oggi mi sono rimasti solo i suoi messaggi vocali. Avremmo dovuto mandarcene di più. Quando perdi un genitore le tue certezze vacillano, il tuo Io vacilla. E anche se le ore e i giorni trascorrono, prima di andare a dormire, arrivano questi pensieri ombra dove ti rendi conto che anche oggi non hai ricevuto “l’ ennesima telefonata di Mamma” e  che non vedrai mai più comparire la scritta “Mamu” sul telefono cellulare. 

    Mamma mi manca. Anche Eleonora mi manca. 

    Entrambe non torneranno più, ma le ricordo con grande amore. 

  • L’ Amore Ai Tempi Di Instagram

    Forse l’ amore non è la parola più adatta. Forse sono troppo romantica cercando di pensare che ancora possano esistere sentimenti reali e sinceri in questo tempo digitale. Mi sembra di vivere una puntata di Black Mirror, di quelle che quando finiscono ti lasciano a bocca aperta e con gli occhi strabuzzi, ma pur sempre pronta ad andare avanti nel vedere la successiva, forse in cerca di una speranza.

    ‍Ooo l’ amore ai tempi di Instagram.

    O meglio ai tempi dei DM, di Messanger, di Snapchat, di TikTok, di Tinder, di Grinder e di Raya… per citare solo alcuni di quelli che conosco all’ alba dei miei 34 anni.

    Sono nostalgica. Immensamente nostalgica.

    Mi manca il coraggio, ma non il mio, quello degli altri. Il coraggio di andare avanti in qualcosa, di essere sinceri, di essere concreti, coerenti. E invece le mie relazioni sono costrette ad iniziare su un social network, da un commento ad una stories, da un messaggio privato, da un match con il giocatore di Rugby di una squadra mai sentita. E mi va bene, lo ammetto, mi reputo una persona moderna e con una visione al futuro ma tutte le volte il copione si ripete come una scena di un film di Woody Allen che dovrebbe far ridere e invece è un’ironico schiaffo alla realtà. E a me Woody Allen non piace. La realtà di una generazione che cerca sempre più affetto ma che ha paura di dare affetto, forse per incapacità, forse per pigrizia, forse per egocentrismo o forse perché in fondo non gliel’ha insegnato nessuno. Quanto vorrei ribellarmi. Vorrei urlare, scuotere e urlare ancora.

    Ma invece su quello schermo da Bella Addormentata ecco un’ emoticon ricevuta, uno spiraglio che si intravede, conversazioni grandi perché la semplicità è “boring “ , l’ attesa nella notte, lo stalking compulsivo, l’illusione di grandi piani e poi da un giorno all’ altro, tra un’ alba e un tramonto il vuoto, il silenzio, le non risposte e ancora lo stalking delle tue notti insonniI messaggi vocali ai tuoi amici da 10 minuti per cercare un’ appiglio che non ti disegni come una pazza che si è inventata tutto, le chat che rileggi ancora e ancora per capire dove hai sbagliato e il frigo decisamente vuoto. 

    Ci vuole tempo per capire che non hai sbagliato. Ci vuole tempo per capire che non è colpa tua, che tu vai bene così. Ci vuole tempo per adattarsi a questo nuovo tempo dove non riceviamo più visite inaspettate sul luogo di  lavoro, chiamate da 20 minuti, rose rosse che appassiscono in pochi giorni ma che non vedremmo l’ ora di mettere in un vaso, di sigarette fumate sotto il portone di casa, per non parlare di un invito a fare un aperitivo, una cena che non devi pagarti da sola e una sorpresa, qualunque ma  per lo meno pensata ed organizzata. 

    E poi cammini per andare a lavoro e una voce nella tua testa, come una narratore fuori campo, tira le somme dei mesi e delle ore e delle notti passate a scriversi, a dirsi frasi in 120 caratteri solo per far colpo e a fare progetti come se stessimo scrivendo una sceneggiatura con colpi di scena qua e là e ciò che ti resta a fine giornata sono queste parole nella testa di racconti surreali di ciò che hai vissuto, che hai letto, sentito, subito e ti assicuro non immaginato; racconti di fantascienza pronti per essere messi in tavola come una barzelletta per  far ridere quei tuoi amici ancora sposati o fidanzati che con le tue storie vivono un momento di estraniazione e avventura dalla loro quotidianità. 

    Ooo l’ amore ai tempi di Instagram.

    Una grande fregatura.

  • Welcome To ES CLUB

    Benvenuti a tutti coloro che si sentono emotivamente fragili o per meglio dire scossi. Capisco che attraversate un periodo difficile e che a volte ci si possa sentire sconfortati, incompresi e soli. Voglio che sappiate che siete nel posto giusto. Qui troverete uno spazio sicuro, un rifugio dove poter esprimere liberamente le vostre emozioni.

    Mi chiamo Eleonora e anch’io ho vissuto momenti di profonda fragilità emotiva. Nonostante le apparenze, siamo tutti più simili di quanto pensiamo. Sono qui per accompagnarvi nel vostro percorso di recupero, condividendo con voi le esperienze e le strategie che mi hanno aiutato a superare le sfide emotive.

    Questo spazio è dedicato a voi, per offrirvi supporto, comprensione e condivisione. Indipendentemente da quanto possiate sentirvi distanti, vi assicuro che siamo tutti uniti dall’esperienza umana comune. Siate gentili con voi stessi e con gli altri: siamo qui per sostenerci reciprocamente.

    Siete invitati a condividere le vostre storie, le vostre emozioni e le vostre paure. Ricordate che qui siete accolti senza giudizio. Sia che abbiate bisogno di un consiglio, di ascolto o semplicemente di un conforto, sono qui per voi.

    Diamo il benvenuto a tutti coloro che si sentono emotivamente fragili. Siete importanti, siete preziosi e meritate di essere ascoltati.