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Ho incontrato un narcisista

L’eco del dolore invisibile

Quando senti che ti sta mentendo, fidati: hai ragione, amica. Ho passato notti insonni a raccontarmi favole dal finale scritto in Times New Roman, ma rimanere sveglie a farsi delle domande è il primo sintomo che qualcosa non va. Nessuno ti crederà, ti diranno che sei pazza, ma solo le altre donne della tua congrega sapranno che, in fondo, pazza tu non lo sei. E allora perché non seguiamo le nostre sensazioni, quelle viscerali? Perché ci ostiniamo invece a sforzare un tassello che sappiamo non essere nel posto giusto, inventandoci “meccanici della vita”, quando l’unica verità è che davanti a noi abbiamo un individuo emotivamente non disponibile e anche un pochino narciso?

Non avevo mai incontrato un narcisista nella mia vita. Tante categorie di uomini potrei sottoscrivere, ma narcisi mai. Poi, alla soglia dei quarant’anni, il 2024 mi regala su un piatto d’argento-non richiesto-due delle esperienze più devastanti della mia vita. E tu pensi: non ne bastava una? Parrebbe di no, perché cadiamo sempre negli stessi errori, negli stessi trigger points, come in un girone di Dante. Fino a che, forse, a forza di bastonate dalla vita, potremmo accorgerci in tempo di chi far entrare nel nostro cuore.

Da una parte c’è il bravo ragazzo, di buona famiglia, sbarbato, camicia pulita, profumato, con quell’aria (finta) da bad boy. Mi faceva sorridere però che lui credesse di essere quel John Travolta di “ You’re The One That I Want”. Tanto brava a riconoscere questa maschera, meno brava ad accorgermi che mi stava, piano piano, distruggendo con un atteggiamento di velata violenza e manipolazione.

Inizia tutto con: “Voglio vederti tutti i giorni, non mi basti mai. Ti porto lì, ti porto là. Ti faccio sentire una principessa, la mia principessa”

Poi, non capisci come mai, tutto d’un tratto litigat esenza un vero motivo. Perché lui ti sta troppo addosso. Perché critica ogni cosa che dici, ogni cosa che fai. Nemmeno ricordi come sei finita in quella conversazione. Rallenti. Ma lui insiste, facendoti credere che la colpa è tua, che sei tu quella aggressiva, quella confusa. E dentro si insinua così il pensiero che tu a questa persona ci tieni, sennò non discuteresti, non affronteresti a muso duro ogni situazione. Lui ti piace davvero. Vuoi andarci con calma. Ma, dopo essere tornato e tu, ormai, convinta della sua trasparenza di sentimenti, le cose cambiano. Piccoli dettagli. Ti risponde con il contagocce. Cominciano a palesarsi amici mai sentiti, cugini, parenti, e devi quasi elemosinare quel tempo che prima era costante. Ma avrò fatto qualcosa di male? Cosa ho sbagliato? Non gli piaccio più? Sono stata troppo? O troppo poco?

E arrivano le notti piene di domande. Quelle che ti consumano. Poi vi vedete, parlate, sviscerate. Avete paura entrambi. Pensi che questo vi legherà. Respirate. Tutto torna come prima. Che bello. I viaggi da programmare, gli amici da vedere nel weekend. Ma a fine giornata, non so, lui ti accenna che bisogna andarci piano, perché non è più sicuro. Di nuovo? Siamo punto a capo. Sono stanca. Ma voglio lottare per lui. Ne vale la pena.

A mia madre uno come lui sarebbe piaciuto. Il pensiero riecheggia nella testa.

Arriva il giorno. Il grande giorno. La famiglia. D’altronde, ho da poco perso la mia, quindi quale gesto d’amore, se non chiedermi di passare le feste insieme, con tanta accoglienza? Mi sento parte di qualcosa. Mi lascio andare. Lo faccio entrare. Sono felice. Giorni dopo mi sveglio strana. Di nuovo le viscere. Eh no Ele! Questa volta seguo il mio istinto: quello da investigatore, con il perfetto trench da Sherlock Holmes.

Doveva venire a prendermi in poche ore con quella sua macchina fiammante. Per la prima volta avremmo fatto vedere a tutti che ci tenevamo per mano. Per me, quel gesto significava tutto: rendere la relazione reale, visibile. Apro Instagram e con una lente d’ ingrandimento scopro, con poche difficoltà, che aveva una relazione parallela con un’altra ragazza sicura di poter postare online le foto del pomeriggio passato insieme poco prima che venisse il mio turno.

Nemmeno la soddisfazione che fosse una relazione di pochi giorni. Stesso periodo, stesse manipolazioni, stessi giorni e soprattutto stesse promesse. Lui non solo mi ha riso in faccia quel giorno, come un bambino colto in flagrante con le mani nella marmellata, ma ha cercato anche di dire ai miei amici che io ero quella pazza, che non sapevano tutta la storia, che i fatti non erano come li avevo esposti io.

Cornuta e mazziata.

Miei cari ometti che forse leggerete questa storia-lasciata volontariamente aperta in cucina per voi: sappiate che noi donne, a differenza vostra, condividiamo tutto. Ogni messaggio, ogni screenshot delle vostre conversazioni finisce sotto gli occhi dei nostri amici. E dare della pazza a una vostra “ex” nel 2024 è un cliché superato. Non ci crede più nessuno.

Questa è una lezione per voi.

E la mia di lezione? Non ho imparato niente, perché sei mesi dopo, ci sono ricaduta con un’altro bravo ragazzo, orgoglio Gallese, dagli occhi di ghiaccio riconosciuto per aver interpretato sullo schermo uno dei più credibili “villains” e forse avrei dovuto capire che alcuni di loro si portano il lavoro a casa.

Ma questa è un’altra storia.

È un’altra violenza.

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